Massimo Ferrini

a cura di Giuseppe Magroni Foto di Alberto Mirimao

Ceraiolo è chi produce oggetti con la cera. È uno dei mestieri artigiani più antichi. La differenza sostanziale è che prima la cera era un prodotto naturale, la cera delle api oppure il sego, ovvero il grasso degli animali. Oggi la cera si fa con la paraffina, che è un derivato del petrolio che si acquista dalle raffinerie a blocchi. Per il resto, i processi di lavorazione sono simili a quelli degli artigiani di mille o duemila anni fa. Stesse tecniche, stesso fascino di lavorare e plasmare una materia estremamente duttile con cui si può realizzare di tutto.

Massimo Ferrini, insieme al fratello Claudio, produce e vende articoli di cera: candele, lumini, fiaccole, torce e altri oggetti a richiesta. La loro fabbrica, la Ceter di Maratta, serve essenzialmente chiese e diocesi: di Terni, della provincia; chiese di Rieti, di Viterbo e anche di Roma. “Oggi poi con internet – spiega Massimo Ferrini – ci arrivano ordini da tutta Italia”. Anche perché la loro cereria è l’unica nella provincia, una delle poche in Umbria e addirittura una delle poche in Italia. “In Italia ci sono le fabbriche industriali di candele e lumini – spiega – ma come laboratori artigiani ormai siamo rimasti pochissimi”.

Una realtà produttiva consolidata che questa primavera taglierà il nastro dei cinquant’anni di attività avendo iniziato nel 1976. Un’attività che nel corso degli anni è andata diversificandosi; oggi nel laboratorio/negozio di Maratta non si vendono solo articoli in cera di produzione propria ma tutto quello che serve alle chiese: arredi e paramenti sacri, candelabri, santini, calici, ostie, statue sacre di ogni materiale e di ogni dimensione, libri di argomento religioso, perfino bottiglie di vin santo, quello che beve il sacerdote durante il rito della comunione. La conversazione è interrotta da telefonate di sacerdoti che ordinano gli oggetti più disparati; uno entra direttamente in negozio, “Vengo a fare un po’ di spesa”, per acquistare pacchi di santini collegati alla stagione. Cinquant’anni di lavoro con la cera che nascono quasi per caso. “Mio padre Bruno Ferrini – racconta il figlio – faceva il camionista. Abitavamo in un appartamento in affitto in via Tomassoni, dalle parti di piazza Valnerina, dove al pianoterra c’era una vecchia cereria ternana gestita da due anziane che rifornivano di candele e lumini tutte le chiese di Terni. Ovviamente i miei genitori ci entrarono in confidenza. Nel 1976 mio padre perse il lavoro; le due signore erano anziane e volevano lasciare l’attività. Il passaggio avvenne in modo quasi naturale; mio padre imparò in pochi mesi tutto quello che c’era da sapere e rilevò la vecchia cereria. L’attività si trasferì subito da via Tomassoni a via Liutprando, quartiere San Giovanni, al pianoterra dell’abitazione della madre, mia nonna”. Cambio di sede ma anche di strumenti.

“Nella vecchia cereria – prosegue il racconto – c’erano tutti macchinari in legno; papà con alcuni amici artigiani o operai dell’acciaieria, fabbri e carpentieri, li rifece in ferro e in dimensioni più grandi”.

L’attività va bene, vende candele a tutte le chiese di Terni e lumini ai fiorai del cimitero; la moglie di Bruno, Anna Pistilli, lascia il suo lavoro, era la prima sarta di Sciunnach, per affiancare il marito nella cereria. Al tempo le candele in cera erano richiestissime perché ancora non esistevano le candele elettriche.

Intanto sono nati i due figli, Claudio nel 1969 e Massimo nel 1972. Le loro sono due vite parallele; si diplomano entrambi all’Itis, periti industriali, ma fin da bambini frequentano il laboratorio e imparano il mestiere.

Da sempre uniti nella famiglia come nel lavoro.

Nel 1984 c’è il primo trasferimento. “Mio padre – racconta Massimo Ferrini – comprò un lotto di terreno a Maratta Alta da Canzio, personaggio al tempo molto conosciuto, uno dei primi venditori ambulanti di Terni che girava la città con il suo camion vendendo un po’ di tutto. Qui costruisce casa e laboratorio. Nel 1991 il locale a piano terra si amplia con lo spazio commerciale di vendita di oggetti sacri. Nel 2003 c’è il secondo trasferimento in un altro stabile di proprietà sempre nella zona industriale di Maratta, in via Benucci, la sede attuale: un locale molto più ampio adibito a laboratorio e a rivendita di oggetti sacri”.

È nel 1991 che Massimo Ferrini entra in pianta stabile nell’attività; si occupa soprattutto di commerciale: “All’epoca – racconta – ancora non c’era internet e andavo su e giù per l’Italia, dal Nord al Sud, alle isole, alla ricerca dei fornitori. Oggi qui dentro ci sono oggetti prodotti da centoventi aziende diverse che si occupano di articoli sacri”.

Intanto nel corso degli anni la produzione della Ceter si è allargata: non solo candele e lumini ma anche torce e fiaccole: “Servono per le sagre, per le feste in costume, per le feste popolari ma anche per le scuole di sci, sono le fiaccole che utilizzano i maestri per le discese spettacolari notturne. Le fiaccole servono anche alla Polizia stradale per delimitare di notte gli incidenti”. Lavorare la cera è complicato. La cera oggi è un derivato dal petrolio, la paraffina, che si acquista a blocchi di 25 chili dalle raffinerie. La Ceter ne acquista 300, 400 quintali l’anno secondo gli ordini. La paraffina viene squagliata in caldaie che cuociono a 60, 70 gradi, a secondo dell’oggetto che si vuole lavorare. La cera liquefatta viene colata in stampi di diverse dimensioni che sono come i cilindri del motore delle automobili. La cera si cola dentro, si fa raffreddare poi si sfila e viene lavorata, trafilata e appuntita. Oppure il processo, soprattutto per le torce, è a immersione. Lo stoppino di iuta viene immerso in cilindri allungati a forma di torcia dove dentro è la cera liquida bollente; il tutto si lascia raffreddare; viene estratto poi lavorato. Da qui vengono le torce di diverse dimensioni e dagli usi molteplici. “Siamo i numeri uno per la produzione di torce in Italia. – Spiega l’artigiano – Produciamo torce per i Comuni, per i maestri di sci, per la Polizia stradale che le usa di notte per delimitare gli incidenti. Realizziamo candele con il doppio stoppino per il cinema. Il doppio stoppino è necessario perché una sola fiamma non viene intercettata dalla cinepresa. L’avventura con il cinema è iniziata con i film prodotti a Papigno, La vita è bella, Pinocchio poi gli altri, ed è proseguita fino ad oggi con Cinecittà”.

La Ceter lavora quasi esclusivamente per la chiesa cattolica, anche per il suo vertice mondiale, il Vaticano. “Tutti ricordano – spiega Massimo Ferrini – le immagini della Via Crucis a Roma nella primavera del 2020, il primo anno del Covid, quando Papa Francesco celebrò il rito in una piazza San Pietro completamente deserta. Nelle suggestive immagini diffuse dalle televisioni di tutto il mondo spiccavano le fiaccole che illuminavano la piazza deserta. Le fiaccole erano le nostre, quelle della Ceter”.

Il rapporto con il Vaticano è ricco di episodi. “Era in corso – ricorda l’artigiano – il Giubileo straordinario della Misericordia voluto da Papa Francesco. A metà aprile del 2016 mi telefona monsignor Rino Fisichella, l’organizzatore dei grandi eventi del Vaticano, e mi chiede diecimila Agnus Dei entro quindici giorni. L’Agnus Dei è un oggetto devozionale che la chiesa regala agli ospiti. È una specie di saponetta in cera con incisi il simbolo del Giubileo e alcune scritte. Il problema era il tempo, quindici giorni. Abbiamo realizzato un prototipo in cera e l’ho mostrato in videochiamata a monsignor Fisichella. Papa Francesco era con lui e ci ha dato l’approvazione in diretta. Abbiamo lavorato giorno e notte; alla fine gli Agnus Dei consegnati sono stati tredicimila. Un’altra fornitura al Vaticano è stata nel 1993 per la visita di Giovanni Paolo II ad Assisi. In quell’occasione abbiamo realizzato ceri di tipo pasquale con il simbolo del Vaticano con cui il Papa ha omaggiato gli ospiti”.

La Ceter ha anche curato l’illuminazione di una Macchina di Santa Rosa a Viterbo, “Ali di luce”, che ha sfilato dal 2003 al 2008: bicchieri di alluminio ermetici con dentro la cera liquida e lo stoppino.

Il fondatore della cereria, Bruno Ferrini, è morto nel 2023. Da anni l’attività è portata avanti dai due fratelli affiancati da un operaio e da alcuni artigiani esterni, per esempio fabbri quando c’è bisogno di candelabri. Massimo Ferrini ha un sogno, quello di realizzare un museo della cereria. “Ho scoperto in un’altra regione – racconta – un’antica cereria chiusa da decenni con dentro tutti i macchinari intatti. Con questi macchinari uniti ai nostri vorrei realizzare un museo, o meglio una parte di un grande museo dell’artigianato locale con dentro gli attrezzi e gli strumenti dei vari mestieri. O si fa il museo oppure tutte le tradizioni artigiane andranno perdute. È un’idea che lancio. Il messaggio che vorrei arrivasse alle istituzioni locali è una richiesta di cooperazione e collaborazione affinché questo museo si realizzi e possa così apportare un grande valore aggiunto di sviluppo sia culturale che turistico al nostro territorio”.