Betti Oliva

a cura di Giuseppe Magroni Foto di Alberto Mirimao

“Ho respirato l’aria della sartoria fin da subito. Macchine da cucire Singer; l’odore della stoffa; papà che girava per le sale con il centimetro al collo. Poi da ragazza ho iniziato a toccare e a riconoscere le stoffe, la qualità e il valore dei tessuti”.

Chi parla è Betti Oliva, diploma magistrale, titolare di uno dei negozi di abbigliamento per donna più prestigiosi della città; suo padre era Pietro Oliva, prima sarto poi anche lui commerciante di abbigliamento, proprietario di una delle boutique per uomo più “in” della città ai tempi in cui le vetrine del centro storico di Terni richiamavano acquirenti da tutta l’Umbria, da Rieti, Viterbo e perfino da Roma per la qualità delle merci esposte.

Betti Oliva oggi ha un negozio di abbigliamento per donna in via del Tribunale, in uno dei locali a piano terra del palazzo Pressio Colonnese. Locale con volte a mattoni che si affaccia sul cortile del palazzo. Ambiente elegante e raffinato, un tempo si diceva chic, che ben si adatta alla qualità dei vestiti. Ma l’approdo in via del Tribunale è solo la fine di un lungo percorso di lavoro e di vita che vale la pena raccontare. Partendo dal padre, Pietro Oliva, il fondatore di questa vera dinastia ternana dell’abbigliamento.

“Mio padre – racconta Betti Oliva – nasce come sarto. Apre giovanissimo subito dopo la guerra un laboratorio nel quartiere Duomo. Subito dopo conosce quella che sarebbe diventata sua moglie e mia madre, Giovanna Marangoni, una ragazza di Trento che aveva studiato per fare l’istitutrice, cioè l’insegnante privata dei figli dei ricchi o dei nobili; al tempo c’era ancora questa usanza. Era una maestra privata ma nel contempo veniva anche da una famiglia di imprenditori, il padre aveva una fabbrica di pneumatici a Rovereto, dunque era una donna colta con spirito imprenditoriale. Passano gli anni, il dopoguerra è alle spalle, c’è il boom economico e le grandi fabbriche danno alla città un benessere diffuso. È lei a capire che i tempi sono cambiati, che con il benessere la gente non va più dal sarto ma vuole i vestiti confezionati, quelli che vede pronti in vetrina. Quella che allora era la modernità. Mio padre smette di fare il sarto e nel 1962 aprono il primo negozio di abbigliamento, uomo e donna, a largo Villa Glori. Poi negli anni Settanta c’è il trasferimento a corso Tacito in quello che sarebbe diventato il loro negozio definitivo fino alla chiusura nel 1995. La clientela di Oliva era fatta di persone in vista, imprenditori, professionisti, dirigenti d’azienda. Poi c’era la gente comune che veniva in negozio per acquistare l’abito da cerimonia, quello per le occasioni importanti. Papà aveva un grande gusto; sapeva sempre scegliere la qualità”.

A questo punto entra nel racconto Betti Oliva, l’unica dei tre figli che segue il mestiere e la tradizione familiare: “Entro nel negozio di corso Tacito a diciotto anni, subito dopo la maturità. Anzi prima, quando ero ancora studentessa, quando c’era bisogno di dare un aiuto ai commessi e alle commesse durante i saldi. Negli anni Settanta durante i saldi chiamavamo un anziano per filtrare la clientela in arrivo, tanta era la gente in attesa davanti alle vetrine. Ricordo pienoni oggi impensabili”. Ormai Oliva vende solo abbigliamento per uomo; insieme a Barbetti è il punto di riferimento per tutta la clientela maschile di élite. Betti Oliva lavora a tempo pieno nel negozio e gradualmente impara tutto quello che c’è da sapere nel campo: “Servivo i clienti ma mi occupavo anche di acquisti, di rapporti con i fornitori. Tutto questo dura fino al 1993 quando, ormai esperta e con la benedizione di mio padre, che d’altronde avrebbe chiuso due anni dopo, decido di mettermi in proprio”.

È il 1993 e sceglie un negozio piccolo, 40 metri quadrati ma centralissimo, in via Primo Maggio. “Apro da sola, – racconta – senza dipendenti, senza risorse, spinta solo dall’entusiasmo e dall’esperienza che avevo fatto lavorando con mio padre. Quelli erano gli anni in cui si vendevano soprattutto i grandi marchi, quelli che si indossavano anche per fare status. Io, avendo la conoscenza, scelsi marchi meno conosciuti che più che il brand vendevano lo stile, l’eleganza, la grande qualità dei tessuti. La fascia di prezzo era equivalente, ma la qualità del mio abbigliamento era sicuramente più elevata. Mi accorsi che a Terni c’era un vuoto di abbigliamento da donna e io cercai di riempire questo vuoto. Le prime clienti furono le amiche, le mogli dei clienti di mio padre. Poi, grazie al passaparola, la clientela aumentò e mi accorsi che anche io ero diventata un punto di riferimento per l’abbigliamento in città ma non solo; iniziarono a venire clienti da Rieti e da Viterbo. Fin dall’inizio mi sono rivolta a un target preciso, io non voglio piacere a tutti, solo donne che lavoravano, che avevano un reddito autonomo, avvocati, medici, insegnanti, dirigenti d’azienda. Donne che avevano l’esigenza e il piacere di essere sempre eleganti e di cambiare spesso abito”.

Il negozio va bene; la clientela cresce e Betti Oliva inizia ad avere l’esigenza di allargarsi. “A inizi 2000 – racconta – colsi l’occasione della chiusura di un negozio contiguo che vendeva vestiti per bambini e mi allargai. Il negozio diventò di 150 metri quadrati; feci un grosso investimento”.

L’apertura del negozio allargato di via Primo Maggio, le commesse sono ormai tre, è fissata per il 14 febbraio 2002, il giorno di San Valentino. Betti Oliva ha un’idea geniale di marketing: “Chiesi a tutte le clienti di portarmi foto loro con mariti e fidanzati. Poi chiesi a Sergio Coppi di fare gli ingrandimenti, tutti in bianco e nero. Vennero fuori foto di coppie storiche, molte di queste nel giorno del matrimonio. Ricordo a memoria: c’erano foto dei Nevi, dei Chitarrini, dei Natali, dei Cipolla, la signora Antonietta Morelli. Coppie giovani e bellissime, magari fotografate vicino alle loro belle auto dell’epoca. Sergio Coppi fece un lavoro straordinario di riproduzione e rifinitura. Di questa inaugurazione mostra parlarono anche i giornali. Queste foto riprodotte le ho poi regalate alle rispettive famiglie”.

Il negozio va benissimo. Betti Oliva non si limita a vendere vestiti, ma è anche una consulente: “Se una cliente mi si affida, il mio compito è valorizzarla. Se una cliente è di bassa statura le do una cosa che possa slanciarla. La scelta del vestito, la sua adeguatezza alla persona, i ritocchi di sartoria necessari dopo la prova. Questi sono tutti servizi che la vendita on line o quella di negozi all’interno di centri commerciali non possono dare. Questo è quello che faccio sempre e che continuo a fare, è la mia filosofia di vendita, e la soddisfazione più grande è vedere la cliente che si piace; che torna e mi ringrazia dicendo che tutti le hanno fatto i complimenti”.

Tutto prosegue così fino al 2020, l’anno del Covid, sorta di spartiacque per tutti. “Tutti i negozi chiusero, – racconta – molti di questi alla fine dell’emergenza non riaprirono. Mi ritrovai in una via Primo Maggio ormai spopolata con un negozio diventato all’improvviso troppo grande e con costi di gestione non più sostenibili. Avevo l’esigenza di un locale più piccolo, sempre in centro storico, l’ho trovato in via del Tribunale, a piano terra del palazzo Pressio Colonnese. Un negozio che già conoscevo da quando c’era il fioraio Verdi voglie”. Novanta metri quadrati, arredato con gusto ed eleganza in modo da valorizzare l’antico contrappesandolo con il moderno. “L’ho scelto – dice – perché è un pezzo di centro molto elegante, circondato com’è da palazzi storici, negozi e locali di classe. Via del Tribunale è poi un asse di passaggio tra corso Tacito e corso Vecchio”.

Il locale ha solo una vetrina. Non è poco per un negozio di abbigliamento?

“Con il Covid – risponde – i locali hanno iniziato a pubblicizzare i loro prodotti sui social. Abbiamo la nostra vetrina virtuale che tutti i giorni aggiorno e che è sempre seguita dalla nostra clientela. Ma il rapporto fisico con il cliente, il momento della scelta, della prova e dell’acquisto, resta centrale”.

Le chiusure dei negozi si susseguono. Qual è la sua ricetta per rilanciare il centro storico e le sue attività?

“Bisogna cambiare passo dal punto di vista della sicurezza. Si susseguono i furti e i raid vandalici. La gente ha paura di uscire e chi vive in periferia ha ormai paura di venire in centro. Poi, certo, il centro che si spopola di attività è sempre meno attrattivo. Per far tornare la gente in centro una ricetta corretta è quella degli eventi. Shopping night è andato benissimo; nonostante il caldo, moltissima gente è venuta. Bisogna proseguire sulla strada degli eventi di qualità. Il centro storico che sogno è un centro vivo, pulito, arredato con gusto, possibilmente senza auto. Noi commercianti di questa via facciamo da sempre una battaglia contro le auto parcheggiate abusivamente. Vorrei un centro curato e pedonale, un vero salotto”.